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di Gianni Gigliotti
disegni originali di Mark Cristò

«C'era una volta...»: iniziano così molte fiabe di ogni tempo e Paese e con la consueta frase «... vissero a lungo felici», terminano.
Il fatto che sto per raccontare, realmente accaduto nel lontano 1942, ha il sapore di una fiaba e pertanto non sfugge alla regola di iniziare con “C’era una volta” ma la conclusione, questa volta, deroga dalla consuetudine: anche perché a tutt’oggi non è stato possibile scrivere lo parola “fine” se non con l’aiuto della fantasia; a meno che... ma procediamo con ordine.


«C’era una volta» nella città di Savona, nel cuore delle antiche mura, a due passi dal mare, nella minuscola e magica piazzetta dei Consoli, all’ombra della chiesa di S. Andrea, una botteguccia che vendeva cose insolite per quei tempi, francobolli per collezione, di proprietà di un certo Agata Olivello: «All’insegna del corno di posta», così era comunemente conosciuta a motivo del suggestivo fregio posto a bandiera a lato dell’ingresso (fregio recuperato da un vecchio veliero e riadattato) e raffigurante per l’appunto un rosso corno di posta su fondo nero.
Eravamo dunque nel 1942 e il nostro Agata Olivello era assai malandato, pieno di acciacchi e sempre stanco; era anche, o così sembrava, molto avaro e forse abbastanza ricco da condurre un’esistenza tranquilla e noiosa.


Ogni mattina puntualmente alle sei scendeva dal vico dei Giudei dove, da sempre, abitava in un appartamentino lasciatogli dalla buonanima di suo Padre in compagnia di un bel gattone di nome Adolfo, di una tartaruga allampanata, qualche topolino stagionale e non poche irrequiete pulci, e da qui in un attimo, raggiunta lo piazzetta dei Consoli, entrava in Sant’Andrea, accendeva un minuscolo cero propiziatorio e subito riusciva per avviarsi di fronte e di pochi passi ad aprire bottega.
Era questa una stanza di due metri per cinque, fumosa e piena di crepe al pari delle rughe del proprietario; un banco riparato più volte correva nel senso della lunghezza del locale, al termine una possente ed antica cassaforte (anche questa recuperata d’occasione al cantiere delle demolizioni navi), sopra un candelabro a sette bracci, tre sedie spaiate e in fila, tutt’ intorno polverosi scaffali in precario equilibrio causa l’eccessivo ingombro di mercanzie; metà della porta fungeva da vetrina, il cristallo reso opaco dall’umidità, il ripiano in legno incurvato dal tempo, il velluto sbiadito e rattoppato; e poi un ammasso di registri, manuali, libretti, classificatori, cataloghi, riviste, album, piccole e grandi scatole di ogni forma e colore; e ancora pinzette, lenti, linguelle, fermagli e naturalmente un’infinità di bustine con francobolli di ogni tempo e paese; in vetrina alcuni cartoncini con esposte diverse serie dell’Indonesia e del Marocco, accartocciate dal sole e ricoperte da una sottile patina di polvere.


Ma tant’è il nostro Agata Olivello si era fermato con il tempo, e il tempo mezzo galantuomo sembrava essersi alleato con lui.
Infatti verso le otto la piazzetta cominciava ad animarsi in modo caotico: bottegai, mercanti, frati e monsignori, agenti di cambio e usurai, ladruncoli di primo pelo e imbroglioni di tacca, affluivano dalla vicina darsena e da qui il piccolo grande traffico di mille cose raggiungeva ben presto tutto il quartiere.
I migliori affari si facevano al mattino, capitava sovente che da qualche nave appena attraccata al molo scendesse un marinaio o un ufficiale o proporre la vendita di rari esemplari o di una buona raccolta reperita chissà dove e come; Agata Olivello intuiva al volo la possibilità di un lauto e facile affare nonché il desiderio palese del venditore di disfarsi presto del materiale in previsione magari di una buona sbornia o dello compagnia di qualche allegra donnina: allora contrattava abilmente, simulava dapprima disinteresse, ricusava, rifletteva, naturalmente infine concludeva con aria sorniona, lentamente contando il denaro quattro volte per non sbagliasi...

Al pomeriggio qualche accanito collezionista passavo dalla botteguccia chiedeva se vi erano novità, entrava alla ricerca di qualche pezzo mancante alla propria raccolta: e allora il nostro Agata elogiavo con entusiasmo lo bellezza e la rarità di questo o di quel francobollo, la freschezza e la particolarità del disegno, la buona centratura, la gomma integra e l’annullo leggerissimo... insomma l’occasione unica e certamente mai più ripetibile. Così ogni giorno, escluso la Pasqua, il Natale e Santo Stefano, le altre feste comandate, i giorni dell’influenza e naturalmente tutte le domeniche.
Per l’appunto di domenica, sempre di buon’ora, Agata Olivello si recava in Sant’Andrea, accendeva un cero leggermente più grande del solito, dava due lire all’accattone sulla porta e, se c’era il sole, si sentiva meno stanco, meno vecchio e forse anche meno avaro; si avviava poi lungo la darsena, quasi a ridosso delle fiancate delle navi; le dita dello mano sinistra poggiate nel taschino del gilé, il sigaro nell’altro, il cappello a coppola incollato sullo fronte.


Comminava lentamente, a volte soffermandosi o guardare i ragazzini intenti a pescare, per un buon tratto fino all’osteria dello Scaletta; entrava e ordinava il solito bicchiere di vino bianco, mezzo etto di focaccia con cipolle, salutava ossequiosamente qualche conoscente, pagavo il prezzo ridotto convenuto per i clienti abituali, usciva e riprendeva la strada verso casa.
Ora, al nostro Agata Olivello successe che proprio uno domenica durante il tragitto verso l'osteria, il sole si oscurasse improvvisamente e un violento temporale - era di giugno - scoppiasse all’impazzata trasformando in breve tempo la banchina in un tumultuoso torrentello, con rabbiose raffiche di vento che facevano tendere e suonare le sartie delle navi come corde di violino.
Agata Olivello si sentì alloro molto più vecchio, più malandato e convenne con se stesso che le scarpe non erano all’altezza della situazione e che era ormai tempo di acquistarne un altro paio.
Spense velocemente il sigaro cacciandolo nel taschino affinché non si sfaldasse e riparò sotto alcuni provvidenziali assi che erano lì accanto. Il temporale aumentò ancora d’intensità, una nebbia sottile inusuale, impediva di vedere a pochi passi.
Si rammentò che quella mattino all’accattone aveva dato una sola lira invece delle due e che il cero acceso in fondo, non era dei più grandi.
Ero immerso in queste ed altre riflessioni quando, tra lo scrosciar della pioggia udì un vivace concitare, parole e suoni stranamente articolati, incomprensibili, e quindi un correre trafelato come di persone che inseguissero qualcuno o qualcosa.
Non passò un attimo che una piccola figura ondeggiante e deforme, luminescente, ricoperta di pallide squame, gli apparve improvvisa, lo sfiorò, quasi lo urtò, immediatamente seguito da esseri di normale aspetto forse marinai o militari - muniti di torce elettriche e fucili. Ancora in lontananza un alone tenue, un altro appena percettibile, poi nulla, solo acqua e vento.


Agata Olivello stava riprendendosi dallo spavento che già pensava ad una allucinazione, a un momento di debolezza, ad una forma di alienazione mentale, il tutto dovuto al fatto che era vecchio davvero e anche malandato; pensò allora di rimediare a tutto ciò e per quanto possibile (e mai medicina fu così amara) ripromettendosi per l’ennesima volta di comprarsi un paio di scarpe, di accendere un cero molto grande e di fare l’elemosina di ben lire tre.
... E poiché i buoni proponimenti non sono del tutto inutili - a volte vengono anche premiati - ecco che il cielo andò schiarendosi, la pioggia cessò e il mese tornò ad essere quello di giugno.
Agata Olivello si rigirò il cappello, riaccese il sigaro, si guardò attorno con aria perplessa, smarrita... incredula: proprio ai suoi piedi, inzaccherata dal fango, spiegazzata ma ben visibile, vi era una piccola busta ocra con indicato sul frontespizio - a chiari e precisi caratteri - il suo riverito nome: «Al signor Agata Olivello» !


Il nostro Agata si guardò attorno, dapprima con cauta circospezione, quindi con simulata indifferenza per non destare sospetti ad eventuali occhi indiscreti, mentre nella sua mente turbinavano strani e pressanti interrogativi perché - ciò era ben chiaro - quella busta era stata lasciata cadere di proposito accanto a lui durante l’infuriare del temporale: la sua non era stata dunque l'allucinazione di un povero vecchio e quel piccolo mostro gli era passato veramente vicino... ora l’aveva invaso un senso di vuoto, di incredulità e di sbalordimento conscio ormai che qualcuno, un essere misterioso e arcano avesse voluto comunicare proprio con lui.
Agata Olivello si fece coraggio, si calcò nervosamente il cappello fin sopra gli occhi... zac! afferrò la busta e l’aprì di un fiato: non conteneva alcun messaggio, nessun indirizzo della provenienza: solo un quadratino di sottile metallo, grande come un francobollo di colore blu intenso e con al centro un piccolo sole bianchissimo, abbagliante.

A questo punto il nostro Agata Olivello convenne che aveva trascorso una domenica alquanto agitata, terribilmente agitata e che non era proprio il caso di soffermarsi ancora a rimuginare: cacciò tutto in tasca e borbottando si avviò finalmente verso casa.
Da quel giorno trascorsero oltre cinquant’anni: Agata Olivello aveva consumato tante scarpe, acceso un’infinità di ceri e speso parecchie lire in elemosina quando saggiamente decise che era tempo di andare in pensione: cedette il negozio con tutta la mercanzia a un giovane di forte coraggio e passione e andò a vivere in un paesino vicino alla città ospite di una sorella non sposata.
Il misterioso quadratino di metallo blu intenso con il piccolo sole abbagliante rimase per qualche tempo nella busta ocra, mischiato a tante altre scartoffie, finché un giorno il nuovo proprietario, riordinando, lo ritrovò: e non riuscendo naturalmente a classificarlo, malgrado un lungo e attento esame, pensò bene di esporlo in vetrina in attesa e nella speranza di saperne di più da parte di qualche eventuale collezionista magari più esperto.
Siamo arrivati velocemente ad oggi, nel 2012 e il quadratino di metallo è tuttora esposto assieme a tanti altri francobolli, nella vetrina ancor lisa e sempre più polverosa della botteguccia di piazzetta dei Consoli, a Savona: termina a questo punto lo nostra storia.


Ma se dalla realtà vogliamo passare alla fiaba, per gioco magari, o per altro, basta solleticarci la fantasia e spingerci qualche anno più avanti.
Allora è facile ricominciare: «C’era una volta... ».


Nel 2080 quando i primi astronauti italiani posero piede su Marte trovarono a riceverli piccoli esseri deformi con il corpo ricoperto di squame luminescenti: erano esseri pacifici, dotati di grande intelligenza e ben presto si stabilirono stretti e buoni rapporti tra loro ed i terrestri: si scrivevano sovente, le astronavi postali trasportavano lo corrispondenza alla velocità della luce, le lettere che giungevano sulla terra erano di color ocra affrancate tutte con un curioso quadratino metallico di color blu intenso con al centro un minuscolo sole bianchissimo abbagliante...